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roma deve avere un museo del design

  • Immagine del redattore: romeo giammarini
    romeo giammarini
  • 11 apr 2024
  • Tempo di lettura: 4 min

Roma è considerata una città degli architetti ma non dei designer, al contrario di Milano, dove si concentrano le case produttrici storiche e hanno sede l’ADI (Associazione per il disegno industriale) e altre importanti istituzioni legate ai maestri del design. Roma è nota per le “palazzine”, spesso pregevoli, e “palazzinaro” è sempre stato un termine dispregiativo.

Eppure Roma e il Lazio vantano una discreta tradizione di progettisti e produttori di qualità, a partire dai futuristi con le loro case d’arte, Prampolini, Bragaglia, Balla - casa Balla è aperta al pubblico e visitabile su prenotazione - e a Roma hanno lavorato importanti architetti tra le due guerre: Ballio Morpurgo, Del Debbio e lo stesso Marcello Piacentini che progettavano anche gli arredi degli edifici, sia pubblici che privati, che realizzavano.

Anche dal versante della produzione abbiamo esempi importanti: Loreti a piazza delle Crociate, attivo fino al 1952, Cavatorta, con negozio in via Boncompagni, attivo fino al 1973. Ma è nel dopoguerra che nascono le aziende più importanti per qualità dei prodotti e per diffusione: la MIM, Mobili Italiani Moderni, con sede a piazza Augusto Imperatore, e la Stildomus con stabilimento a Pomezia.

È una massa critica notevole di produttori e progettisti che arriva fino ai giorni nostri, penso ai Magazzini di Forma e Memoria, fondati nel 1980 e attivi ancora oggi. Penso a una quantità di architetti-designer, ma anche di artigiani che realizzavano le invenzioni dei progettisti e degli artisti che operavano a Roma e che, nel nome dell’integrazione tra le arti, si dedicavano alla decorazione degli edifici: fabbri, falegnami, ceramisti, intagliatori, il cui lavoro meriterebbe una sede dedicata a sistematizzare le fatiche di alcune generazioni dimenticate dalla critica e dalla storia del design italiano.

Ma perché a Roma non c’è un museo del design, cosa manca a questa città? Probabilmente il coraggio di ammettere di aver qualcosa da dire anche in questa materia e istituire finalmente un museo degno di questo nome. Non mancano i tentativi, anche il MAXXI ha una sua collezione e spesso organizza mostre e convegni sul tema, sono tentativi interessanti ma saltuari, mescolati nella multiforme attività delle istituzioni in cui sono inseriti. Una struttura dedicata esclusivamente all’argomento sarebbe auspicabile, seguendo l’esempio di altre città italiane ed europee, prima fra tutte Barcellona.

A Roma c’è un piccolo, delizioso museo che ambirebbe a farlo: il Museo Andrea e Blanceflor Boncompagni Ludovisi per le Arti Decorative, Costume e Moda; la denominazione tradisce una volontà troppo ambiziosa per gli spazi limitati a disposizione. Le esposizioni sono infatti ospitate al piano terra e al secondo piano del villino Boncompagni, ultimo brandello in stile eclettico della maestosa Villa Ludovisi divorata dalla incontrollata speculazione postunitaria, residenza della famiglia fino alla scomparsa dell’ultima rappresentante, appunto la principessa Blanceflor de Bildt, alla cui morte, per donazione testamentale, il villino e il suo contenuto passa allo Stato perché lo mantenesse e lo usasse esclusivamente per scopi artistico-culturali di pubblica utilità.

Nelle sale della residenza sono conservati oggetti ed opere d’arte che in origine erano destinate a un uso privato e oggi sono disponibili alla fruizione pubblica; alcuni di questi facevano parte dell’arredo della famiglia e altri sono frutto di donazioni e acquisizioni successive.

Il museo ha diversi piani di lettura: il primo sembra essere la volontà di mantenere l’atmosfera di una dimora signorile del primo Novecento, e allora si conservano lo studiolo detto del mappamondo, col ritratto di Gregorio XIII Boncompagni, il bagno in marmo verde al secondo piano, le sale di rappresentanza al piano rialzato: il salone degli arazzi e quello delle vedute dove, tra gli scorci a tempera della perduta villa Ludovisi campeggiano i ritratti della padrona di casa Alice Blancefor de Bildt e di sua madre Alessandra Keller. Nei vari ambienti si possono quindi ammirare alcuni arredi di epoche diverse, tra cui spiccano due interessanti poltrone da lettura con leggio.

A questa prima lettura, chiara soprattutto al piano rialzato, se ne sovrappongono altre divise per sale tematiche non sempre così nettamente definite ma che, a saper vedere, contengono autentiche chicche: una discreta raccolta di opere di Duilio Cambellotti, scultore modernista che meriterebbe un risalto e una completezza maggiore, opere sparse di autori novecenteschi legati alla famiglia Boncompagni, pezzi di arredo e accessori casalinghi, vasi, mobili di Ernesto Basile, sculture, mobili per bambini dell’educatore Alessandro Marcucci, ceramiche, arazzi, realizzati da artigiani locali.

Ultima ma sontuosa, la donazione Bucarelli, la mitica direttrice, dal ’41 al ’75, della Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma, che dona all’istituzione il suo guardaroba di elegante e raffinata dama dell’alta società del dopoguerra, un periodo in cui ci si vestiva ancora con abiti da pomeriggio e ci si cambiava per la sera, in un’Italia rampante ma ancora esente dal Cafonal. La donazione è costituita da un numero cospicuo di vestiti per ogni occasione impreziosita da eleganti accessori, quali borsette e cappelli (in un’epoca in cui ancora si portavano); la collezione è completata da donazioni di altre sartorie romane di quegli anni.

Lasciamo la visita con una serie di domande: cosa si vuole indagare? La moda e il passaggio da una sudditanza dall’estero, soprattutto parigino, negli anni Trenta e Quaranta, fino all’emancipazione all’apparire del Made in Italy negli anni Cinquanta e Sessanta? Oppure si rappresenta il collezionismo delle grandi famiglie borghesi del primo Novecento, con l’esposizione di oggetti vari? Insomma, i curatori del museo si trovano costretti al difficile compito di maneggiare ed esporre una quantità di materiali diversi, troppi per poter definire una cifra omogenea al museo, ma troppo pochi per riuscire a descrivere un panorama abbastanza esaustivo del Novecento romano.

Dispiace perché ci sarebbe materiale per una esposizione permanente completa e coerente anche perché in un edificio adiacente è collocato l’archivio delle arti applicate del XX secolo curato da Irene de Guttry e Maria Paola Maino che custodisce una massa enorme di materiali archivistici utili a definire le tendenze del design del secolo appena trascorso.






















 
 
 

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